artnews
june 2003
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da
Domus 839 luglio 200
di Pierre Restany
A questa 49° Biennale di Venezia tutti aspettavano Harald
Szeemann al varco, per vederlo con le spalle al muro. È accaduto
il
contrario. È lo svizzero Szeemann che ci ha messo con le spalle
al
muro, andando fino in fondo alla logica globalizzante del nostro
imperialismo mediatico. La cultura globale esalta i valori
esistenziali primari dell’individuo, che peraltro omologa attraverso
il bombardamento dei media e sui quali fonda la dinamica della
comunicazione. Con la diffusione capillare delle reti di
informazione planetaria, la cultura globale ha dato alla banalità
del quotidiano una valenza espressiva di portata virtuale e
universale. Sono gli artisti che devono assicurare questa
promozione espressiva della routine esistenziale: i media
elettronici forniscono loro i mezzi.
Su cento artisti invitati da Szeemann, ottanta hanno fatto ricorso
alla fotografia, ai video o alle installazioni multimediali per
esaltare i diversi “gradi zero” dell’umanesimo quotidiano. Le
Corderie sembrano una corte dei miracoli della buona coscienza di
tutti i giorni. Niente ci è risparmiato. Lo spettacolo comincia
con la
statua formato gigante di un bambino in posizione di defecazione
inquieta. Poi la parola passa agli handicappati, ai genitori colpiti
dall’Alzheimer o dal ballo di San Vito, agli intossicati di Chernobyl,
ai vecchi barboni milanesi che sonnecchiano in piazza del Duomo
(UomoDuomo). L’abitacolo tappezzato di assorbenti igienici o il
sacco della spazzatura in bronzo dipinto annunciano il più ovvio
consumismo di uno street market da bidonville e la demagogia
pubblicitaria di un sistema che promette acquisti con possibilità
di
rimborso.
All’ingresso dell’ex padiglione italiano c’è una “piattaforma del
pensiero” che annuncia la “Platea dell’umanità”: si tratta di una
rassegna di oggetti-clichés per agenzie turistiche che hanno lo
scopo di familiarizzare il futuro viaggiatore con i feticci naïf
africani,
i budda cinesi, le divinità indiane o le tute da subacqueo. Questa
cultura generale di serie B è dominata dalla arcinota figura
simbolica del Pensatore di Rodin, affiancato dall’Uomo che
cammina, altra scultura di Rodin che fu esposta nel 1901 proprio
qui, alla Biennale. “L’uomo che cammina”…. Non si può fare a
meno di paragonarlo al bambino accovacciato che gli fa pendant
alle Corderie.
Il banale basta a se stesso. Se la mostra si fosse limitata a un
panorama di foto e di video ripresi dalla routine della condizione
esistenziale, la Biennale del banale avrebbe assunto la forma di
una dimostrazione sociologica del potere omologante dei media:
ma Szeemann molto abilmente vi ha introdotto una piccola schiera
di artisti di qualità, ostaggi della banalità ambientale,
che hanno
una funzione al tempo stesso di giustificazione e di contrasto.
Innanzi tutto i due Leoni d’Oro alla carriera, Cy Twombly e Richard
Serra. Niente da dire sulla qualità di questi artisti, salvo che
sembrano due giganteschi “capelli nella minestra” in questo
contesto di comunicazione di massa. Forse è un modo elegante di
mandarli in pensione, come Toroni, Richter, Richard Tuttle, Marisa
Merz e qualche altro. Si giustifica di più la presenza di Joseph
Beuys, che vedeva un artista in ogni possibile interlocutore e che
avrebbe apprezzato la profonda umanità di questa stratificazione
del banale.
Szeemann in ogni caso ci mette con le spalle al muro: tutto è
stato detto, tutto è stato visto, tutto è stato scritto.
Sapremo
approfittare dell’immenso potere d’investigazione della cultura
globale per ritrovare l’uomo al suo grado zero, l’uomo di tutte le
nostre speranze in un mondo diverso? Un’utopia per la nostra
generazione ancora tributaria a riferimenti del passato. Ma
un’utopia forte, presentata oggi al massimo del suo impatto
globalizzante e che rischia di attirare l’altruismo omologatore delle
generazioni successive. Il banale basta a se stesso, certamente.
Ma basta poco per alterare la staticità della sua forza d’inerzia.
Quando la tecnologia militare, con la sua capacità di uccidere,
ha
oltrepassato i limiti della fatale banalità di una battaglia, ci
sono
state Solferino e Dunant, cioè la Croce Rossa. Forse oggi
Szeemann cerca di farci vivere una situazione psicologicamente
analoga: la Biennale del banale sarebbe forse il primo passo verso
l’idea di dotare la nostra cultura globale di una nuova Croce Rossa
del banale? A pensarci bene le mostre che Szeemann ha
organizzato nel corso di tutta la sua carriera fanno di lui
l’infermiere-capo delle teorie dell’arte contemporanea. A quando le
postazioni della Croce Rossa szeemanniana ai Giardini e
all’Arsenale?
Pierre Restany
Il ragazzo di Ron Mueck
‘guardiano’ dell’Arsenale
In/Out/Left/Right, le spirali
d’acciaio di Richard Serra,
installate alle Tese
dell’Arsenale
Gigantismo in Biennale:
l’ondeggiante cascata di vetri
nel Padiglione spagnolo
(Javier Pérez con Ana Laura
Alaéz)
La dittatura dello
spettatore
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